Prologo
Pur essendo un inguaribile cinefilo, nonché un appassionato cultore di William Shakespeare, non sapevo che il primo, brevissimo, film tratto dal grande Will fu realizzato da un inglese - anzi, uno scozzese - soltanto quattro anni dopo la storica proiezione parigina dei fratelli Lumiére del 1895. Si chiamava Re Giovanni (King John) e mostrava brani del “play” shakespeariano recitati, all’Her Majesty Theatre, da Beerbohm Tree, illustre attore dell’epoca. Ne fu autore William K. Dickinson il quale, dopo aver imparato cosa fosse il cinema presso Edison, tornò in Europa e pose la macchina da presa davanti alla messinscena del King John. Invece il primo, e l’unico per una novantina d’anni, a realizzare un film (lui li chiamava “fantasmagorie”) non da Shakepeare ma su Shakepeare – mostrato quale personaggio, mentre cerca di scrivere il Giulio Cesare – fu nel 1907 il geniale Georges Méliès. Era intitolato Il sogno di Shakespeare ed è andato perduto. Ho appreso queste notizie leggendo, nella scorsa estate, il volume Shakespeare in Hollywood di Arturo Cattaneo e Gianluca Fumagalli, anglista il primo ed esperto di cinema il secondo. Non è una storia generale dei rapporti tra Shakespeare e il cinema (quali, per esempio, Ombre che camminano. Shakespeare nel cinema, a cura di Emanuela Martini, Lindau 1998, e Douglas Brode, Shakespeare in the Movies, Oxford University Press 2000) bensı̀, assai più particolarmente, il racconto di come e perché Hollywood si
sia pian piano appropriata di Shakespeare, facendone il proprio mitico antenato e ispiratore (perciò non si parla, nel libro, di Renato Castellani, Grigorij M. Kozincev, Akira Kurosawa, shakespeariani anch’essi ma provenienti da tutt’altri “enclave” culturali).
Shakespeare muto
Scrivono Cattaneo e Fumagalli, a proposito del periodo del cinema muto: “Al pubblico furono mostrati più di quattrocento Shakespeare senza poter far sentire una sola delle sue parole...Tra il 1908 e il 1910 quasi la metà dei plays di Shakespeare – praticamente i più rappresentati anche a teatro, con la clamorosa eccezione di Amleto – vengono adattati per la prima volta da alcuni pionieri del cinema americano...”. Tra di essi ci fu l’immigrato inglese James S. Blackton, fondatore della Vitagraf, una delle prime case produttive della nascente Hollywood. Egli realizzò la prime versioni cinematografiche di varie opere shakespeariane, quali nel 1908 Macbeth e Antonio e Cleopatra. A realizzare invece la prima pellicola ispirata a La bisbetica domata fu, ancora nel 1908, il grande David Ward Griffith. Egli, che Chaplin definı̀ il “maestro di tutti noi”, alla fin fine è diventato il simbolo stesso dell’affermarsi di Hollywood quale “città del cinema” e del cinema stesso quale arte moderna e linguisticamente autonoma. “L’arrivo del sonoro” scrivono Cattaneo e Fumagalli “cambia le carte in tavola: d’ora in poi il cinema può competere alla pari con il teatro, sul suo stesso terreno, e inevitabilmente ricomincia subito a confrontarsi con Shakespeare”. A far sentire le parole di Shakespeare al pubblico sarà, nel 1929, una versione cinematografica, sonora questa volta, de La bisbetica domata, regia di Sam Taylor.
Finalmente Shakespeare parla
La bisbetica domata, 1929, primo film parlato a portare Shakespeare sullo schermo, mostrava la “coppia regale” di Hollywood, ossia Mary Pickford e Douglas Fairbanks, in quella che era sostanzialmente, riferimenti letterari a parte, una commedia classica incentrata su un tema universale, la “guerra dei sessi” tra un marito e una moglie. Il successo fu immediato. Nel 1935 fu realizzato il Sogno di una notte di mezza estate di Max Reinhardt, tedesco ed ebreo esiliato in America (il film utilizzò, con grande spettacolarità, i balletti di Bronislawa Nijinska). Piacque più alla critica che al pubblico ma resta indimenticabile. L’anno successivo, 1936, quello straordinario “woman director” che fu George Cukor portò sullo schermo un altrettanto indimenticabile Romeo e Giulietta con Norma Shearer e Leslie Howard: gli attori avevano un’età alquanto più avanzata di quella dei due, poco più che adolescenti, amanti di Verona, ma anche nel teatro elisabettiano si faceva poco caso a simili dettagli. Il cinema parlato, comunque, permetteva finalmente non soltanto di far udire agli spettatori le parole che Shakspeare aveva posto sulla bocca dei propri personaggi ma anche di utilizzare il bardo di Stratford-upon-Avon per manipolazioni, arrangiamenti, citazioni non fondate sul far diventare cinema un intero “play” bensı̀ questa o quella “evocazione” shakespeariana. Insomma, per dirla con Cattaneo e Fumagalli, Shakespeare – cioè uno dei tre uomini, con Washington e Lincoln, più amati dagli americani – diventava disponibile per essere servito in “tutte le salse”. Due esempi, per capirsi. Ne Il mattino della gloria, 1933, di Lowell Sherman, il personaggio di Katherine Hepburn usava, per mostrare il proprio spirito di donna libera e ribelle, citare il monologo di Amleto, “To be or not to be”, in contesti narrativi che con la tragedia shakespeariana non c’entravano nulla. Nel 1942 – in Europa il nazismo dilagava crudelmente – il monologo dell’Amleto diventò un elemento narrativo strutturale anche in Vogliamo vivere di Ernest Lubitsch, cineasta europeo in esilio e vero poeta cinematografico della commedia amarognola. Il monologo shakespeariano serve - nel film ambientato nella Polonia occupata dai tedeschi – a far da ritornello a un’opera che sa mischiare antifascismo, riflessione metateatrale, commedia sofisticata e tragedia straziante. Chiaramente antifascista è anche – ma stavolta il “play” di Shakespeare viene portato inte- gralmente sullo schermo – Enrico V, 1944, di Laurence Olivier, grande attore inglese, sti- matissimo a Hollywood. Finanziato dal governo britannico, fortemente patriottico, inneg- giante alla patria (bombardata quotidianamente dagli aerei nazisti) e alla sua libertà, il film ha il proprio momento più emozionante nella recita del “Discorso di San Crispino” – quello della battaglia di Agincourt, vinta dagli inglesi - rivolto “a noi pochi, a noi pochi fortunati, noi bande di fratelli”. E Hollywood cosa c’entra? Quando il film uscı̀ nel 1946 in America, Hollywood se ne innamorò, lo condivise culturalmente e politicamente, lo fece proprio: il film fu lanciato con un enorme sforzo pubblicitario e da esso, a Hollywood, impararono un nuovo modo di fare film shakespeariani.
Dopo la seconda guerra mondiale
Il secondo dopoguerra si aprı̀, a Hollywood, con un superbo western di John Ford, Sfida in- fernale (My Darling Clementine), 1946. Cattaneo e Fumagalli parlano, in proposito, di “Shake- speare in Tombstone”. Ma che c’entra Shakespeare con il Far West? Il fatto è che, proprio in un saloon di tale città dell’Arizona, Doc Holliday (Victor Mature), recita il monologo di Amleto che un attore ubriaco aveva iniziato. Scena memorabile, omaggio del grande Ford – di origini irlandesi – alla cultura europea e al suo rappresentante più grande. Uno dei tanti esempi di utilizzo creativo di Shakespeare (“in tutte le salse”). Tale è anche, nel 1947, Doppia vita (Double Life) di George Cukor, un film che rappresenta, come scrivono Cattaneo e Fumagalli, “un viaggio dietro le quinte di Otello e dentro la mente del suo protagonista”. Quest’ultimo - interpretato da Ronald Colman - è un attore impegnato a recitare a teatro il “play” sul Moro e dunque deve fingere di strangolare la moglie Desdemona ma è ossessionato dalla tentazione di ucciderla davvero. Nel 1948 l’inglese, ormai di casa a Hollywood, Laurence Olivier tornò a far cinema con un “play” dell’amato Shakespeare, scegliendo il più famoso di tutti. L’Amleto (Hamlet) di Oli- vier trionfò in America ed entusiasmò Hollywood, facendo del protagonista – interpretato dallo stesso Olivier – un principe turbato da edipiche ossessioni freudiane. Altrettanto successo ebbe, nel 1955, Riccardo III (Richard III), 1955. Per un Olivier accolto a braccia aperte, in quegli stessi anni Hollywood costrinse a esiliarsi in Europa un altro cineasta amante di Shakespeare ossia Orson Welles. Egli - lodato quale enfant prodige hollywoodiano con il suo Quarto potere (Citizen Kane), 1941 – riuscı̀ a realizzare un proprio Macbeth, accolto malissimo dai produttori e dal pubblico, nel 1948 ma soltanto “lontano da Hollywood” (come dicono Cattaneo e Fumagalli) riuscirà a girare i successivi Otello (Othello), 1951, e Falstaff, 1965. Forse il film shakespeariano più importante del Dopoguerra, a parte quelli di Olivier e di Welles, fu Giulio Cesare (Julius Caesar), 1953, di Joseph L. Mankiewicz, uno dei più intelligenti e disincantati cineasti americani. Il film fu girato utilizzando, e facendo giungere in California da Cinecittà, le scenografie di Quo Vadis, 1951, regia di Mervin Le Roy. Il film di Mankiewicz è stato forse il più filologicamente corretto di tutti gli Shakespeare Movie dell’epoca e trovò la propria carta vincente nello scegliere, nel ruolo di Marcantonio, Marlon Brando, attore che con la tradizione shakespeariana non aveva nulla a che fare e che seppe trasformare l’orazione in morte di Cesare in una lucida illustrazione dei rapporti tra il potere e la folla. In quegli stessi anni, delle – spesso geniali - variazioni/manipolazioni realizzate utilizzando Shakespeare in “tutte le salse” ne furon realizzate molte. Ne citerò tre sole, particolarmente significative. La prima, nel 1953, fu Baciami Kate (Kiss me, Kate), regia di uno scatenato George Sidney. Ispirato a La bisbetica domata, narra la storia di una coppia ormai divorziata di attori teatrali (impersonati da Howard Keel e Kahtryn Grayson), che stanno interpretando i ruoli di Petruccio e Caterina in una versione musicale dell’opera di William Shakespeare.. Esempio alquanto riuscito di musical metashakespeariano, contava sulle splendide canzoni di Cole Porter. La seconda, che mescolava lo Shakespeare della Tempesta con la fantascienza, fu Il pianeta proibito (The Forbidden Planet), 1956, regia di Fred M. Wilcox, interpreti Walter Pidgeon, Anne Francis e Robby, il primo robot dello schermo. La terza, infine, fu West Side Story, 1961, regia di Robert Wise e Jerome Robbins: un appassionante Musical Movie le cui melodie furono in gran parte composte da un magistrale Leonard Bernstein. Ambientato nella New York contemporanea, narra – chiaramente ispirandosi a Romeo and Juliet - di due giovani innamorati (gli attori sono Natalie Wood e George Chakiris) separati dalla diversa appartenenza a due bande etniche rivali. Un successo clamoroso, di pubblico e di critica.
Shakespeare renaissance
Nel 1989 morı̀ Laurence Olivier, quattro anni prima era morto Orson Welles. La scomparsa dei due grandi cineasti shakespeariani non fu certamente la causa, ma ne fu sicuramente il simbolo, di un periodo di distacco tra Hollywood (complessivamente in crisi) e Shakespeare. Ma nel giro di pochi anni nacque la “Nuova Hollywood” e, in essa e grazie a essa, tornò anche l’interesse per il mitico antenato. Secondo Cattaneo e Fumagalli, la Nuova Hollywood ebbe i propri due importanti registi shakespeariani in Franco Zeffirelli e Kenneth Branagh. Il primo, che nel libro mi pare molto sopravvalutato, è stato autore di ben quattro “film shakespeariani”: La bisbetica domata (The Taming of the Shrew: addirittura con la coppia Richard Burton ed Elizabeth Taylor) del 1967; Romeo e Giulietta (Romeo and Juliet), del 1968; Otello (Othello), del 1986, e Amleto (Hamlet) del 1990. Fastosi successi internazionali, zero profondità cinematografica. I film shakespeariani del secondo, la cui cultura shakespeariana era assai maggiore di quella di Zeffirelli, è autore, addirittura, di cinque film tratti dai “plays”. Essi sono: Enrico V (Henry V) del 1989; Molto rumore per nulla (Much Ado About Nothing) del 1993 ; Amleto (Hamlet) del 1996; Pene d’amor perdute (Love’s Labour’s Lost) del 2000; Come vi piace (As You Like It) del 2006. Tutti bene accolti dal pubblico (e da un cinefilo con la passione di Shakespeare come me). Nel 1971, un altro notevole cineasta, polacco ma da tempo fattosi americano, ossia Roman Polanski realizzò un bel Macbeth (The Tragedy of Macbeth). Numerose, nella Nuova Hollywood, furono anche le manipolazioni all’insegna dello “Shakespeare in tutte le salse”. Ne citerò soltanto due, quali esempi molto significativi. Il primo è Il re Leone (The Lion King), un film d’animazione del 1994 diretto da Roger Allers e Rob Minkoff, prodotto da Walt Disney Feature Animation. Il film fu pubblicizzato con lo slogan “Bambi in Africa, con un tocco di Amleto” ed effettivamente in esso si respira davvero un’aria shakespeariana che - forse ma chissà - contribuı̀ al successo clamoroso del film. Il secondo è Riccardo III - Un uomo, un re (Looking for Richard): un film-documentario del 1996, scritto, diretto, prodotto e interpretato da Al Pacino. Si tratta del backstage di una messa in scena del Riccardo III e rappresenta una profonda riflessione sul teatro, sul cinema, su Shakespeare e sul mestiere dell’attore.
Epilogo
Nel 1998, un brillante e colto cineasta di nome John Madden ebbe il coraggio di girare il secondo film (dopo Il sogno di Shakespeare di Méliès, realizzato circa un secolo prima) su Shakespeare e non da Sakespeare: Shakespeare in Love. Narra di come il giovane Will, innamorato di una fanciulla londinese, trasse ispirazione dalla propria passione erotica per scrivere Romeo e Giulietta. Il film, storicamente molto attendibile, credo che darà inizio a una nuova stagione shakesperiana, quella dei biopic sul Grande Bardo. E’ già circolante Casa Shakepeare, 2018, di e con Kenneth Branagh, che narra la vita di Shakespeare dall’anno in cui prese fuoco il teatro The Globe (1613).
In un libro ricco, generoso, e necessario a chi ami Shakespeare e il cinema, Arturo Cattaneo e Gianluca Fumagalli ci raccontano di come Shakespeare in Hollywood trionfi, in tutti i sensi. È un piacere avere tra le mani questo vero e proprio strumento didattico (il risultato, ci dicono gli autori, di un team teaching che si è tenuto all’Università Cattolica di Milano, e beati gli studenti! mi sono detta) che, grazie a una articolazione complessa e coerente, ci introduce passo dopo passo nel mondo del teatro shakespeariano, prima a Londra nella sua epoca per arrivare poi a Hollywood, dimostrando equanime competenza in campo teatrale e cinematografico.
La tesi è semplice e convincente. Una forma nasce, cresce, prolifica, si impone, domina, e via via nel processo muta, tramuta. E il seme di Shakespeare è fertile, fruttifero, genera e si rigenera con una fecondità strabiliante. Fino a conquistare l’America. O potremmo anche dire: acquisendo Shakespeare nel proprio canone, l’America accoglie con slancio un magnifico creatore di lingua, un antenato con cui si rifà il passato, anzi, il pedigree. Tanto di cappello, dunque, alla cultura americana, perché una cultura è grande se sa conquistare per se stessa una tradizione, accogliendo esperienze di lingua che nascono altrove. Certo, Shakespeare scrive in inglese, è facile accoglierlo nel Nuovo Mondo. Ma attenzione, l’inglese non è l'americano: l’americano nasce lì, in quel Paese di migranti, perché giustamente una lingua si muta e trasforma grazie all’esperienza che fa su un differente suolo, nell’incontro e scontro tra popoli con idiomi diversi, che proprio così, scambiandosi la parola materna, insieme compongono un nuovo idioma. E questo accade in America con Shakespeare. Senz’altro Cattaneo e Fumagalli ci convincono.
Ci aveva già avvertito del resto un filosofo di talento, Stanley Cavell, il quale negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso ci ha donato libri importanti (tra cui The Pursuit of Happiness. The Hollywood Comedy of Remarriage), con i quali ci guidava a riconoscere come “la trasformazione della coscienza culturale negli Stati Uniti” fosse di fatto “intrecciata al cinema”, il che in America significa Hollywood; e al cuore del cinema hollywoodiano, c’era senz’altro Shakespeare. Il suo teatro. Al quale teatro sempre Cavell dedicherà un fondamentale volume, Disowning Knowledge in Seven Plays of Shakespeare, del 1987, tradotto per Einaudi nel 2004 da Davide Tarizzo col titolo Il ripudio del sapere. In quel titolo che sconfessava il sapere, c’era l’allusione a un altro tipo di conoscenza, di cui Shakespeare sarebbe maestro. Ovvero, la scoperta che nel medium teatrale sviluppa una energia vitale, che origina una nuova intelligenza del mondo, che è anche un nuovo sapere. Del resto, il nostro caro vecchio Hegel (noi non sputiamo su Hegel) – sì, proprio lui, Georg Willhelm Friedrich, la “vecchia talpa” lo chiamerebbe Amleto, ce l’aveva insegnato: ogni epoca ha la propria forma espressiva, e dopo la tragedia antica e il grande romanzo dell’epoca borghese, ecco nell’epoca moderna la forma artistica che più le si addice, è il cinema. Il cinema è il medium che trionfa nel Novecento. E, paradosso felice, nel cinema del Novecento, Shakespeare trionfa.
Illuminanti sono le pagine che i due autori dedicano prima allo Shakespeare muto, nel paradosso delle origini del cinema cogliendo l’apertura di una nuova forma di teatralità, per poi via via accompagnarci di apoteosi in apoteosi sempre con Shakespeare prima a Hollywood, e poi a Broadway, e poi di nuovo sulle rive del Tamigi, in una festa che vede il Bardo sopravvivere “in tutte le salse”, come si dice nel capitolo 19. Indiscutibile il punto centrale che sostiene la ricerca: nel Dna culturale dei popoli di lingua inglese c’è Shakespeare. Sì, è così. Giustamente i due autori ricordano Jane Austen, che con grande semplicità riconosce: Shakespeare è nella "costituzione" stessa di una/o English speaker. Più tardi Virginia Woolf lo ripeterà, dandoci anche un'altra indicazione importante: se Shakespeare è grande, è perché è “anonimo”.
È un uomo qualunque, e si vuole tenere nell'ombra. Non parla di sé, semmai si incarna nel vasto repertorio dei vari tipi umani che inventa. E non a caso, per descrivere il suo mestiere, non usa termini colti, tipo dramatist (come si definisce Ben Jonson), ma la parola comune all'epoca di playwright. E proprio lì c'è la chiave. Nella radice del termine non viene evocata l'arte della scrittura (dal verbo write), ma il lavoro (wright da work). Shakespeare è uno che "lavora" in teatro.
Già all'epoca elisabettiana una fornace a ritmo continuo, o per dirla con Cattaneo e Fumagalli, culla ante litteram dello show business.
“Shakespeare, visto dagli americani, era un self-made man», dice Arturo Cattaneo. «Nel nostro libro - interviene Gianluca Fumagalli - non siamo arrivati ad Anonymous, il film del 2011 di Roland Emmerich che racconta la versione cospirativa del Bardo. Qualcuno non può ancora accettare che sia stato un semplice attore, e non un letterato o un nobile, a scrivere le più belle opere teatrali di tutti i tempi. Invece è questo che a Hollywood hanno percepito subito: Shakespeare era uno di loro». Cattaneo insegna letteratura inglese all’Università Cattolica di Milano, mentre Fumagalli è regista e studioso di cinema. Insieme hanno firmato Shakespeare in Hollywood, un saggio che vede il Bardo da una prospettiva nuova. Ovvero, come il drammaturgo di Stratford-upon-Avon sia stato adottato dall'America, quasi alla stregua di uno dei suoi padri fondatori. Emblematico è il caso della Folger Shakespeare Library a Washington, inaugurata nel 1932 da uno dei più grandi uomini d’affari e finanzieri americani, Henry Clay Folger. Emblematica la scelta la scelta del luogo in cui viene edificata: “Non solo all'ombra del Congresso e della sua Biblioteca, ma perfettamente allineata al Monumento a Washington e al Lincoln Memorial».
Ma come nasce questo libro? «Abbiamo studiato insieme - raccontano gli autori - eravamo compagni di scuola al liceo Carducci di Milano. Ci siamo persi di vista, poi ci siamo ritrovati e abbiamo deciso di tenere delle analisi dei film shakespeariani alla Cattolica. Per divertimento, ci siamo chiesti, parafrasando J.F. Kennedy, non tanto cosa Hollywood possa fare per Shakespeare, ma cosa Shakespeare possa fare per Hollywood». In apertura, colpisce la lista di premi Oscar più o meno indirettamente legati alle opere del Bardo: una trentina. Senza contare tutte le nomination. Per Laurence Olivier nel 1946 si dovette ricorrere a un Premio Speciale. «Il teatro popolare di Shakespeare - dice Fumagalli - viene arruolato da Hollywood, che lo ritiene il suo mitico antenato. E questa cosa non viene mai detta apertamente, finché, con Shakespeare in Love, nel 1998, esce allo scoperto». Proprio con questo film, che apre e chiude il libro, il Bardo si aggiudica sette Oscar, tutti in una volta. L'opera scritta da Tom Stoppard e diretta da John Madden fa la storia del cinema, con il drammaturgo interpretato da Joseph Fiennes, che canta il suo amore per Viola De Lesseps, alias Gwyneth Paltrow.
Ma non è la prima volta che il Bardo diventa protagonista di un film. «Novant’anni prima della brillante fantasia storica di Shakespeare in Love, Georges Méliès è l'unico cineasta a concepire l'idea di fare un film non da ma su Shakespeare: Le rève de Shakespeare». Tutti ricordano il Viaggio sulla Luna di questo grande pioniere del cinema, che definiva i suoi film "attrazioni". «Purtroppo - dice Fumagalli - non abbiamo potuto vederlo perché è andato perduto. Però è stata ritrovata una sinossi scritta dal fratello di Méliès che era il suo agente in America».
Uno dei migliori film tratti da Shakespeare è certamente Otello di Orson Welles, che però fu girato nel 1952 in Marocco, ad Essaouira, «dopo la rottura del regista con gli studios». Altra sorpresa del libro è Katharine Hepburn, che vince il primo dei suoi quattro Oscar con un film minore, Morning Glory (1933) in cui recita la parte di una provinciale che arriva a New York in cerca di un provino: «Recita To be or not to be, un'interpretazione che dà i brividi, una delle iù belle per un monologo pensato per un maschio». Ma cosa farebbe oggi Shakespeare, se fosse vivo? «Forse - dice Cattaneo - lo troveremmo a Beverly Hills alla guida di una Porsche e sarebbe un autore importante nel campo del cinema, o delle serie tv. Magari uno di quei registi-sceneggiatori che poi diventano anche produttori, alla Cruise, alla Soderbergh, alla Clooney». «O avrebbe invece cercato di fare l'attore?» ipotizza Fumagalli. «Nella vita ha avuto tante soddisfazioni, ma mai quella di essere l'attore protagonista».
Benché uno degli autori sia un accademico italiano, Arturo Cattaneo (l'altro è il regista Gianluca Fumagalli), e il libro sia perfino edito da Einaudi, questo Shakespeare in Hollywood non è solo un saggio raffinatissimo, ma anche divertente. La tesi è che il cinema e l'entertainment contemporaneo e più in generale l'America abbiano scelto come fondatore mitico, tipo Enea con Roma, il vecchio Will: padre della lingua, certo, ma anche dello spettacolo. Da qui la lunga storia che lega Hollywood al Bardo, dai muti (un paradosso, il Re della parola senza parole: ma ne furono girati più di quattrocento) al deliziosissimo Shakespeare in love, sette Oscar nel '99, che non è un film tratto da Shakespeare ma su Shakespeare, e ambienta i meccanismi dello show business nell'Inghilterra elisabettiana (però i coltissimi autori segnalano che già nel 1907 il mitico Georges Méliès aveva girato un Rêve de Shakespeare che mostrava il dolce cigno dell'Avon mentre scriveva la scena dell'assassinio di Cesare: ovviamente muto e, alas, anche perduto).
Del resto, gli Oscar nascono nel '29: nel '36, zac!, ecco le prime due statuette shakespeariane, per il Sogno di una notte di mezza estate di Max Reinhardt, tratto dal musical kolossal appena messo in scena all'Hollywood Bowl per 150 mila spettatori. Il sonoro non porta bene alle due superstar del muto, i coniugi e soci Douglas Fairbanks e Mary Pickford, che nel 1929 vogliono dimostrare di saper recitare anche con la voce nella Bisbetica domata: ma il film esce nelle sale nel weekend del crac di Wall Street, ed è un fiasco. Andrà meglio con un'altra coppia d'oro: Richard Burton ed Elizabeth Taylor, diretti da Franco Zeffirelli, che gira anche un bellissimo Romeo e Giulietta e purtroppo pure un Amleto con Mel Gibson. Nello Shakespeare in pellicola c'è davvero di tutto: un Romeo di 43 anni, Leslie Howard, e una Giulietta di 34, Norma Shearer nel film del '36 e il Romeo + Juliet di Baz Luhrmann con DiCaprio a Verona Beach che sessant'anni dopo fa innamorare la generazione Mtv, tre Lawrence Olivier (posso dirlo? Rivisti oggi, così invecchiati...), Ernst Lubitsch che ambienta il suo To be or not to be nella Varsavia occupata dai nazisti e Tom Stoppard con il suo cerebrale, ironico, divertente Rosencrantz e Guildenstern sono morti. Intanto Broadway sforna a ripetizione musical di successo che diventano subito film: The Boys from Syracuse (sarebbe La commedia degli errori), Kiss me Kate, West Side Story... E il genio dei genii Orson Welles sposta il Macbeth ad Harlem con le streghe che fanno il voodoo e il Giulio Cesare fra le divise fasciste (e senza Sgarbi and friends che strillano al leso Bardo).
Di base, c'è il culto americano per l'inglese Shakespeare: nonostante i due popoli siano divisi dalla stessa lingua, gli yankee attuano in letteratura la stessa "translatio imperii" poi compiuta anche in geopolitica. Il padre della patria Thomas Jefferson arriva in pellegrinaggio a Stratford e bacia il suolo, mentre Alexis de Tocqueville in viaggio per la democrazia americana scopre che "non c'è quasi baracca di pioniere dove non si trovi qualche opera di Shakespeare. Ricordo di aver letto per la prima volta il dramma feudale Enrico V in una baita". La passione per il teatro trova la sua nuova frontiera: raccontano Cattaneo & Fumagalli che a San Francisco, nel decennio della corsa all'oro, "si registrano 1.105 produzioni teatrali, di cui 66 minstrel shows; 84 extravaganzas (un potpourri che includeva danza, pantomime, numeri da circo); 48 opere liriche in cinque lingue differenti; 907 drammi veri e propri". A proposito di drammi: a New York, il 10 maggio 1849, la rivalità fra due attori, l'inglese William Charles Macready e l'americano Edwin Forrest, che recitano entrambi Macbeth, scatena tumulti e scontri a carattere teatralpatriottico che portano in piazza 15 mila persone. La polizia perde la testa, spara e fa almeno trenta morti. E poi dicono che non è vero che Macbeth, anzi, scusate, meglio non nominarlo, lo "Scottish play", porti sfiga...
Se il cinema, soprattutto quello hollywoodiano, è una continua produzione - spesso estenuante - di nuovi immaginari più o meno efficaci, ma sempre impalpabili, il teatro di questi immaginari ne è il corpo vivo e William Shakespeare il suo più grande e influente officiante. Il cinema americano da sempre ricerca e produce di sé un'identità forte e ben definita dentro alla quale camuffare il proprio passato. Un mischiamento che è una vera e propria messa in scena, perché Hollywood è sempre Hollywood dietro come davanti alla cinepresa, e ogni film è un meta film: motivo per cui al centro del cinema di Hollywood non vi sono i registi o gli sceneggiatori (come la lunga e legittima protesta ha dimostrato), ma i produttori.
Non è solo una questione economica anche se non è certo un fatto secondario, ma è prima ancora una questione di mescolare gli ingredienti perché ogni film oltre a raccontare la sua storia, rappresenta la storia di Hollywood. E si muove da qui il denso e colto saggio di Arturo Cattaneo e Gianluca Fumagalli, Shakespeare in Hollywood (Einaudi), ovvero dal trionfo agli Oscar di Shakespeare in love di John Madden prodotto dalla Miramax allora ancora condotta da Harvey Weinstein. Il film di Madden rappresenta il coronamento di un viaggio che nasce agli albori di Hollywood quando il Bardo diviene forse il più rilevante sceneggiatore cinematografico di sempre. Qui non si tratta solo di saccheggiare l'opera di un classico, ma agire una mutazione che intrecci l'aspetto creativo con quello identitario. E quando Shakespeare in love trionfa agli Oscar lo fa battendo sorprendentemente quello che fino ad allora rappresentava appieno l'identità americana più di ogni altra cosa: un film di guerra. Meglio ancora è un film di guerra di Steven Spielberg, ovvero Salvate il soldato Ryan. Siamo nel 1998 alle soglie del ventunesimo secolo e William Shakespeare ottiene così pienamente i natali a Los Angeles.
Per arrivare a questo è stato centrale il ruolo di Harvey Weinstein che con la sua ben nota aggressività e spregiudicatezza è riuscito a convincere la maggioranza dei membri dell'Academy. E possiamo solo immaginare la sua volgare capacità persuasiva. Weinstein poi finito nella polvere o meglio agli arresti dove verrà condannato per violenza sessuale e stupro nel febbraio del 2020, rappresenta alla perfezione quella capacità bulimica, violenta e ossessiva di quel mondo che trasforma ogni forma di inclusione in razzia trasfigurante. Tuttavia come individuano gli autori di Shakespeare in Hollywood, il Bardo viene solo apparentemente divorato dalla necessità di racconto del cinema perché in realtà arriva a pervaderne i meccanismi narrativi rivelando, nel tempo breve dell'epica hollywoodiana, la sua straordinaria e irriducibile forza creativa. L.A. dove tutto viene incluso per essere rimasticato e identificato come prodotto originale di una città e del suo sogno che deve raggiungere tutto il mondo, si ritrova così parte in commedia di un autore realmente mefistofelico ed eterno. I grandi burattinai vengono ridotti a ridicole comparse di un gioco più grande di loro, perché interpretare Shakespeare significa non appropriarsene, ma cedere al suo intrigo e alla sua irresistibile seduzione.
Il saggio di Cattaneo e Fumagalli diviene così anche un prezioso catalogo delle traiettorie interpretative compiute al cinema: da Lubitsh a Marlon Brando da Brodway a Bambi di Walt Disney. La grandezza di Hollywood chiaramente è evidente, al punto che ancora oggi è il cuore di un movimento straordinario. Una macchina infernale capace comunque di produrre meraviglia, ma la presenza di Shakespeare assume sempre più i toni di una dipendenza da cui non potrà mai divincolarsi. Hollywood rende così plastica la contemporaneità di Shakespeare che va ben oltre le produzioni che hanno rielaborato i suoi lavori o ne hanno preso spunto, ma arriva fin dentro i singoli personaggi, nei loro caratteri e nei loro movimenti emotivi. Una vera e propria sudditanza che non ha bisogno di ulteriori evidenze.
Rileggendo criticamente il cinema americano attraverso il teatro di Shakespeare, come proposto in Shakespeare in Hollywood, è possibile recuperare il senso di molte delle opere di una cinematografia spesso fraintesa o magari sottovalutata perché ricondotta ad un immaginario americano che tende ad appiattire una complessità che invece è fortemente insita nelle sceneggiature come nel lavoro attoriale e di regia. Un gusto per il racconto, magari ingenuo, unito ad una voracità di spettacolo e a un desiderio (anche questo abbastanza ingenuo) di impattare sul pubblico globale rivelano certamente un carattere egemonico, ma anche una necessità obbligata, quella di rivolgersi a William Shakespeare. Godiamoci lo spettacolo della notte degli Oscar, ma non senza considerare che il vincitore sarà molto probabilmente sempre lui, il Cigno dell'Avon, già accreditato di ben 30 premi Oscar.
Shakespeare è autore di tragedie, commedie e drammi storici, come si legge nel titolo del “First Folio”, la prima raccolta completa delle sue opere, apparsa nel 1623, sette anni dopo la sua morte. È cioè l’autore di Riccardo III, del Sogno di una notte di mezza estate, di Romeo e Giulietta, della Tempesta, di Enrico V, dei Due gentiluomini di Verona, di Antonio e Cleopatra, della Bisbetica domata: cult teatrali che a occhio sembrano aver poco a che fare l’uno con l’altro e che, se non fosse per l’inconfondibile eloquenza e vastità metaforica dei dialoghi, potrebbero essere benissimo opera di autori diversi, tra loro persino discordanti.
Tuttavia prendiamo un moderno autore cinematografico, diciamo per esempio Steven Spielberg, che è autore di ET, l’extraterrestre e di Schlinder’s List, del Colore viola e dei Predatori dell’arca perduta, delle Avventure di Tintin, dello Squalo, di Amistad, di Jurassic Park, del remake di West Side Story, di Salvate il soldato Ryan. Anche nel suo caso, se a loro volta non fossero inconfondibilmente ‘spielberghiani’, tutti questi film potrebbero benissimo essere opera di registi non soltanto dissimili ma persino avversi tra loro, ciascuno specializzato in un genere diverso: “il dramma storico, la tragedia, la commedia”.
Questo per dire che c’è una consanguineità evidente e profonda tra Shakespeare e Hollywood. Di questa stretta parentela rendono conto e tracciano la storia Arturo Cattaneo e Gianluca Fumagalli in un imperdibile libro sul cinema, Shakespeare in Hollywood.
Shakespeare e Hollywood, spiegano, sono per cominciare fenomeni insieme artistici e commerciali. Esattamente come Hollywood tre secoli più tardi, ma lui da solo e la Mecca del cinema con tutta un’industria intorno, Shakespeare è una macchina per attirare e intrattenere gli spettatori dopo averli messi in fila al botteghino. Anche il teatro di Shakespeare, come il cinema hollywoodiano, è in grado di suonare qualsiasi strumento e di mettere in scena qualunque genere di storia, dal mélo amoroso alla commedia fantasy, dalla pochade osé con scambi di persona al drammone storico sugli orrori del potere. Shakespeare è contemporaneamente il Lubitsch delle comedies eccentriche e raffinate, il Cecil B. DeMille dei kolossal in costume, il Von Stroheim di Rapacità e della Vedova allegra, il Peter Jackson di King Kong e del Signore degli anelli. Il First Folio, che raccoglie e consegna alla posterità l’intera sua opera, è il catalogo generale dell’anima e delle forme dell’intrattenimento da cui deriverà il culto del Bardo di Stratford-upon-Avon, dove Will Shakespeare era nato nel 1564. Ci sono dentro tutti i canovacci, poi variamente declinati da sceneggiatori, attori, produttori e registi, che faranno di Hollywood la massima catena di montaggio per scrivere, produrre e vendere storie di ogni tempo e luogo.
Come Hollywood, Shakespeare e il teatro elisabettiano hanno il pubblico come giudice e referente. Diversamente dai loro predecessori immediati, non mirano più a lusingare e ad arruffianarsi i committenti aristocratici. Vendono biglietti. Incantano le platee.
Hanno bisogno d’applausi e di spettatori fedeli, ricchi e poveri, nobili e plebei, colti e ignoranti, giovani e anziani – spettatori che devono convincere a tornare per vedere nuove commedie e per rivedere (più volte, senza stancarsene) il “play” già visto in precedenza.
Shakespeare, sempre come il cinema, mette in versi e in concitate azioni di scena le passioni immediatamente comprensibili da tutti, e da tutti sperimentate in qualche forma: gelosia e smania d’amore, il gusto (e disgusto) del potere, il piacere di “abbattere i re”, la libertà, l’allegria, il riso, l’umore cupo, la disperazione.
Naturalmente le sue opere, al cinema, sono state messe anche direttamente in scena, come quando l’Enrico V e l’Amleto di Laurence Olivier fanno incetta di Oscar e quando Marlon Brando spopola nella parte di Marco Antonio nel Giulio Cesare di Joseph Mankiewicz. Più spesso, però, le sue opere sono state messe solo indirettamente in scena, come nella versione fantascientifica della Tempesta (che fa da plot al Pianeta proibito di Fred M. Wilcox, 1956) o nelle versioni musical del Sogno d’una notte di mezza estate (Max Reinhardt e William Dieterle, 1935) e di Romeo e Giulietta (West Side Story, Robert Wise e Jerome Robbins, 1961). Del Sogno d’una notte di mezza estate, il più esposto a improvvisazioni e interpretazioni, Cattaneo e Fumagalli ricordano una versione musical a teatro degli anni Trenta, quando su locandine e manifesti viene annunciata come “variazione musicale del Sogno d’una notte di mezza estate di Shakespeare”. “Per essere una variazione musicale”, scrivono, “è decisamente originale: ambientato nella New Orleans di fine Ottocento, lo spettacolo combina Shakespeare con la musica swing e può vantare un insolito cast di oltre cento artisti, in gran parte afroamericani. Il più famoso è Louis Armstrong, che interpreta Bottom. Uno dei pezzi inediti del musical, Darn That Dream, viene registrato l’anno seguente dal “re dello swing” Benny Goodman, raggiungendo il primo posto nella classifica dei dischi più venduti”.
Ma Shakespeare a Hollywood è anche (e forse prima di tutto) “Shakespeare in America”: il First Folio è infatti un’eredità che il centro dell’Impero condivide con le colonie, dove – dopo la Bibbia – il più citato è Shakespeare. “Essere o non essere tassati” è tra gli slogan della rivoluzione americana. Ovviamente, però, Shakespeare è patrimonio dell’intera umanità, di cui anzi proprio lui, secondo Harold Bloom, è “l’inventore”. È a Will Shakespeare che si deve la varietà, il design psicologico, la catalogazione e il fiat lux dei tipi umani, le bisbetiche e gli innamorati, i tiranni e i demagoghi, i Falstaff e gli Amleti, i folletti e i giullari morti, che prima di lui non esistevano, e senza di lui non esisterebbero.
Le opere di Shakespeare sono una Bibbia profana: vi si attinge senza sosta da secoli. Talvolta persino inconsapevolmente. Il cinema, dal canto suo, nello straordinario repertorio di caratteri scespiriani ha saputo scorgere un capitale culturale da cui ha tratto un supplemento di legittimazione. Paradossalmente già all'epoca del muto, quando lo schermo non proferiva parola, furono prodotte centinaia di pellicole ispirate ai versi del drammaturgo. Insomma, la (re)invenzione dell'uomo che Harold Bloom ci ha indotto a rintracciare nelle sue tragedie e nelle sue commedie era già stata intuita dall'infiammabile mondo della celluloide. Nel tempo, intorno al rapporto tra lo schermo e Shakespeare si è detto tutto il possibile lasciando spesso in ombra le osservazioni più immediate. Come la più emblematica: tra il Globe e i movie theaters c'è un legame sotterraneo: in entrambi il pubblico è indistinto per censo e cultura, ma parimenti capace di godere, a proprio modo, dello stesso spettacolo. Tutto ciò vale ancora di più per Hollywood dove Shakespeare ha sempre potuto vantare una cittadinanza non solo onoraria. Nella sua attività di attore e imprenditore, ancor prima che nelle sue opere, Hollywood vede l'anticipazione della propria regola aurea: piacere agli spettatori e guadagnarsi la loro fiducia. Arturo Cattaneo e Gianluca Fumagalli, proprio partendo da questa riflessione, rendono conto in Shakespeare in Hollywood di un secolo di inevitabili intrecci tra il mito letterario e la cosiddetta fabbrica dei sogni.
Per dipanare la matassa gli autori si servono della griglia offerta - non s'arricci il naso - dai premi Oscar, termometro dell'intensità emotiva con cui la comunità ha nel tempo abbracciato quello che, a torto o a ragione, considera un avo. Punto di partenza la rievocazione dei sette Oscar ricevuti a sorpresa nel 1999 da Shakespeare in love in cui il Bardo è lo spregiudicato protagonista. Il giovane drammaturgo alle prese con la pagina bianca di Giulietta e Romeo, pressato dai committenti e dai debiti, pronto a lanciarsi nella produzione di una pièce di cui non ha ancora scritto una riga, rispecchia bene il febbrile calore creativo che Hollywood ha spesso sentito come propria naturale fucina. Non per questo il volume è una geografia dei film scespiriani, premiati o meno dalle platee o dalle statuette, e nemmeno un semplice ragguaglio delle loro vicissitudini di cui tycoon e star sono protagonisti. L'ambizioso obiettivo è rileggere alcune fasi hollywoodiane alla luce dello spettro offerto da Shakespeare e gli autori lo centrano.
Le rievocazioni dei film più noti, di studio o d'autore, sono un passaggio d'obbligo: da Mary Pickford e Douglas Fairbanks dei primordi del sonoro al pop di Kenneth Branagh, da Welles a Pacino, passando attraverso le trasposizioni di Broadway; il racconto è lungo ma non inutile, soprattutto perché Cattaneo e Fumagalli riescono a rendere nebbiose le frontiere tra cultura alta e cultura popolare, tra attitudine canonica e partecipativa. L'uso di Shakespeare fatto dal cinema anglofono s'allinea sempre più a uno dei suoi dettami fondamentali: parlare al presente con l’aria di trattare un passato storico o leggendario. Non a caso la lettura si fa più avvincente quando l'attenzione è posta sui film che, al di là della lettera, aspirano a significare attraverso Shakespeare. Va da sé che la screwball comedy sia profondamente debitrice alle sue commedie o che nelle infinite ribelli cinematografiche risuonino le eco di The Taming of the Shrew.
La profonda conoscenza dello schermo scespiriano permette agli autori di insinuarsi nelle sue pieghe più nascoste senza farsi spaventare da tagli o manipolazioni né da furti più o meno celati. Rispolverano A Double Life dove Cukor dà vita a un noir nel backstage di Otello o Kiss Me Kate girato in 3D tra le quinte teatrali di una Bisbetica in musical, e indugiano persino in Boys From Syracuse in cui indirettamente Plauto si vendica del plagio subito dalla Commedia degli errori. Anche le interpretazioni sono affrontate con acume e finezza: piuttosto che trovare nuove ragioni per esaltare Olivier o chiedersi se il Petruccio di Burton o il Marcantonio di Brando siano i migliori, denota prontezza d'intuito soffermarsi su Morning Glory, in cui un'intrepida giovane Katherine Hepburn, resa leggera dall'alcol, recita senza declamare il monologo dell'Amleto, o ancora meglio sul vecchio Chaplin che in Un re a New York lo grida con la gola strozzata.
Ovviamente non sfugge a Cattaneo e Fumagalli la dimostrazione ultima e definitiva di quanto Shakespeare pervada i meccanismi narrativi dei generi: dal western di My Darling Clementine alla fantascienza di II pianeta proibito le appropriazioni sono innumerevoli. Nemmeno le serie sanno fare a meno di Shakespeare. In Dove tutto è concesso (Westworld) sono le sue parole a permettere l'emancipazione degli umanoidi. Tornano alla mente gli sceneggiatori hollywoodiani dell'epoca classica che candidamente confessavano di avere sempre sottomano il libro delle sue citazioni.
Immaginiamo che dal cilindro magico o dal caleidoscopio di un illusionista fuoriesca Shakespeare con il suo teatro, spazio di portentosa magia espressiva e visiva; e che dal palcoscenico "il grande burattinaio" e i suoi personaggi trasmigrino al cinema, per trovare forme di comunicazione in sintonia con l'immaginario contemporaneo. Qualcosa di simile avviene in Le réve de Shakespeare, cortometraggio di Georges Méliès (1907) in cui si incontrano "la genialità drammaturgica" del Bardo e "la capacità demiurgica del cinema": una "fantasmagoria" di cinque minuti in cui Méliès interpreta Shakespeare mentre è seduto nel suo studio e cerca invano di scrivere la scena dell'uccisione di Cesare, finché non gli si presentano gli attori che lo rendono spettatore di una scena teatrale già viva, in cui il mezzo cinematografico si confonde con il sogno ad occhi aperti.
Il saggio di Arturo Cattaneo e Gianluca Fumagalli Shakespeare in Hollywood sviluppa questo fatidico incontro, prima e oltre il rapido cameo di Méliès, ricostruendo le diverse forme di ricreazione del teatro shakespeariano nelle pellicole hollywoodiane, a partire dai momenti in cui parola scritta e parola recitata, dopo la morte del Bardo, rischiano di disgiungersi fuori dal loro humus culturale: l'incendio del Globe nel 1613, in seguito al quale Shakespeare si ritira dalla scena londinese, probabilmente per dedicarsi alla raccolta delle sue opere in collaborazione con gli attori e impresari John Heminges e Henry Condell (ne sarebbe derivato nel 1623 il First Folio, volume di grande e lussuoso formato "da tenere in biblioteca o su un tavolo"); la chiusura dei teatri nel 1642, sotto Oliver Cromwell; la ricostruzione, a fine Seicento, degli edifici teatrali in una forma e secondo una funzione più moderna ma meno aderente al rapporto con il pubblico del tempo di Shakespeare, in cui la gente poteva accalcarsi intorno al palcoscenico "come a un concerto rock, mangiare noccioline e bere birra in piedi mentre assiste allo spettacolo".
Il problema della dissociazione tra parola scritta e parola recitata, tra testo e performance fuori dalla loro associazione naturale, e molto fisica, all'interno di spazi fortemente simbolici e illusionistici come il Globe, "teatro del mondo", riguarda la storia della ricezione shakespeariana dal Seicento ad oggi. Da una parte Shakespeare è testo, autore da leggere e da studiare, dall'altra è teatro, nelle sue molteplici forme. E lì, nella ricomposizione, viene il difficile. Non perché i suoi testi non abbiano meritato magnifiche rappresentazioni teatrali in tutto mondo, negli ultimi quattrocento anni, a partire dal primo "giubileo shakespeariano" a Stratford-upon-Avon, nel 1769, con cui il grande attore e impresario David Garrick dà inizio alla celebrazione del mito per rispondere alla volontà dell' Impero britannico di trovare "un poeta che ne diventi il profeta e l'autore simbolo"; ma proprio per l'ardua ricostruzione materiale della cultura del "teatro per tutti" e del suo backstage, e di quel caleidoscopio di sollecitazioni, di illusioni naturalistiche da una parte che creavano immedesimazione e, dall'altra, di disillusioni metateatrali che ne svelavano l'artificio e l'arte più dotta.
La proposta del saggio è dunque quella di individuare nel cinema, e nel fenomeno Hollywood "fabbrica dei sogni", uno spazio particolarmente idoneo per quella ricomposizione di parola e azione scenica che Amleto suggeriva ai suoi attori, e per l'ampia dimensione culturale del rapporto tra l'autore, i personaggi e l'eterogeneità del pubblico. Per questo, ideale coronamento del teatro shakespeariano e dei diversi adattamenti hollywoodiani dal cinema muto a oggi (dove spiccano le firme di Olivier, Welles, Zeffirelli e Branagh) è il film apparentemente meno fedele: Shakespeare in Love di John Madden (1998). E non soltanto perché ha conquistato sette premi Oscar, ma anche per il coraggio di discostarsi dal ritratto di Shakespeare costruito "secondo l'iconografia tradizionale" (che talvolta coincide con quello lezioso del Bardo in gorgiera e calzamaglia che traspare anche da alcune rappresentazioni di oggi); il film sceglie infatti di raccontare il backstage della produzione shakespeariana, con al centro "il grande sogno del teatro" interpretato da un gio vane drammaturgo che cerca il suo trionfo tra impresari, usurai e censori (Joseph Fiennes), e di una donna accanto a lui decisa a fare l'attrice in un mondo in cui ciò non era permesso (Viola, interpretata da Gwyneth Paltrow). Ci si trova così sia dentro sia "dietro le quinte di un teatro elisabettiano per la prima volta ricostruito con precisione filologica".
Il saggio deve poi il suo interesse all'aggiornamento delle prospettive critiche e biografiche (sulla cui base Cattaneo ha da poco pubblicato Shakespeare e l'amore, Einaudi, Torino 2019), e allo sviluppo, molto godibile alla lettura, delle diverse tappe di questa "intrigante storia inedita di appropriazione culturale" in numerosi e snelli capitoli che, oltre a trattare le questioni già riassunte, spaziano tra l'analisi dei capolavori, le citazioni nascoste, le curiosità e gli aneddoti.
È una lettura davvero accattivante questo Shakespeare in Hollywood, che vede collaborare due esperti di cultura anglosassone, il docente dell’Università Cattolica Arturo Cattaneo (autore di Shakespeare e l’amore, sempre dedicato al Bardo) e il regista Gianluca Fumagalli, intellettuale poliedrico di casa a San Francisco, dove ha sviluppato in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura il format di conferenze-spettacolo dal titolo “Visite guidate al cinema italiano”. Uno studioso di letteratura e un esperto di audiovisivo che per vent’anni hanno lavorato in team teaching sll’Università Cattolica di Milano sull’analisi dei film shakespeariani. Il libro è pieno di intersezioni tra vita vissuta e arti performative, e chi si aspettasse una semplice rassegna di adattamenti celebri resterà davvero sorpreso. Quando si parla di Shakespeare, infatti, si parla di tutto (Il mondo è un teatro, era il titolo citazionista di un bel saggio di Bill Bryson sul tema) e lo stile in questo caso assomiglia piuttosto a quello della letteratura di viaggio, dove la visita di un luogo rivela lo spirito dell’epoca che lo ha abitato per prima, ma anche i segni lasciati in quel luogo dal tempo che passa. Se per luoghi intendiamo poi anche quelli dell’immaginario, si intuisce quanto il libro parli molto del presente e di quella che ancora chiamiamo “civiltà occidentale”.
I due autori, salgono sì in cattedra ma, come il coro dell’Enrico V, ci “conducono di qua e di là, saltando nel tempo, condensando le imprese di molti anni nel volgere di una clessidra”, dalla casa natale del genio a Stratford-upon- Avon alla Folger Shakespeare Library di Washington (il vero monumento al mito, con cui gli Stati Uniti vorrebbero certificare l’appartenenza di Shakespeare alla loro storia, più che a quella britannica…), passando per il Globe Theatre ricostruito nel cuore di Londra. Pagina dopo pagina, accediamo però soprattutto alle stanze decisionali di Hollywood e a un’infinità di interessanti dettagli sui processi produttivi di molti titoli famosi, ricordandoci che “sotto ogni altro aspetto, il cinema è un’industria” (Malraux) e che dopotutto anche “Shakespeare scriveva per soldi” (Hornby).
Grazie ai film, dunque, non solo diventano più familiari i capolavori del teatro elisabettiano, ma si può ricostruire cosa sia stata la società dello spettacolo novecentesco in un sistema mediale sempre più interconnesso e bisognoso, per comunicare valori e generare profitti, di simboli e punti fermi: il cinema ha avuto bisogno da subito della grande letteratura, infatti, per legittimarsi come arte, e gli Stati Uniti hanno avuto bisogno del cinema per rafforzare la propria mitologia nazionale. Per questo il racconto di Cattaneo e Fumagalli non perde mai di vista le principali occasioni in cui l’industria cinematografica si autocelebra, assegnando gli ambiti premi Oscar a quei film che intende introdurre in un canone ufficiale, per ragioni spesso più politiche che artistiche. Molto più di un riconoscimento, quindi, o di una semplice tradizione.
Ne emerge un quadro in cui non è difficile capire come e perché esistano una cultura e un potere angloamericani che tra Europa e Stati Uniti, letteratura e cinema, si inseriscano con la loro lingua nel nostro immaginario. Chiedersi per questo se noi contemporanei siamo più figli delle opere del Bardo o di quelle della fabbrica dei sogni è una domanda a cui rispondere è facile poiché – come è noto – la sostanza è la stessa.
Nel suo celeberrimo studio su La ricerca della felicità il filosofo trascendentalista Stanley Cavell rinvenne in alcuni dei migliori capolavori della Screwball comedy hollywoodiana (Susanna!, Accadde una notte, Philadelphia Story, Lady Eva e altri) alcune delle strutture profonde e delle conquiste estetico-culturali dei grandi Romances tardo-shakespeariani.
Di per se stessa, l’intuizione di Cavell, che già illuminava una continuità profonda fra le culture di matrice anglosassone, è solo una vetta spirituale di un processo al contempo di assimilazione e di appropriazione ancora in enorme parte da mappare; laddove i concetti di appropriazione e assimilazione – rispettivamente: il deliberato gesto di includere in sé e il lento processo di sussunzione organica –, nel complesso percorso americano della ricezione del Bardo, lavorano in contrasto. Essi reagiscono tra loro in modo contraddittorio, dialettico, sovrapponendosi e alimentandosi, dando vita a un ampio, vivido e colorato spettro di fenomeni artistici e discorsivi, di grande ricchezza euristica.
Questa ingente messe di fatti estetici, nell’ambito dell’ormai secolare storia della ‘Mecca del Cinema’, è stata ricostruita con ricchezza di dettagli, gusto narrativo e coerenza ermeneutica dal recente volume Shakespeare in Hollywood di Arturo Cattaneo e Gianluca Fumagalli.
La coerenza è data dalla circostanza che il testo è frutto della sintesi di anni di corsi universitari su Shakespeare e il cinema e dal fatto che – fin da subito – i due autori concettualizzano Shakespeare non come una serie di canovacci da cui trarre infinte codificazioni transmediali – fatto di per sé indiscusso – quanto come un mito da ricreare e manipolare a scopo fondativo, individuando sia le scansioni temporali dell’appropriazione del mito, sia le varie fasi della sua, quasi levistraussiana, metamorfosi e rivitalizzazione; nonché, infine, i diversi processi di conseguente rifunzionalizzazione.
Con il risultato, di per sé interessante, di documentare un lento svilupparsi dell’autoconsapevolezza di una simile mitopoiesi che sembra, per gli autori, culminare nel capolavoro ‘di massa’ Shakespeare in Love (1998), scritto da Marc Norman e Tom Stoppard. Alla base di questo variegato percorso di riconoscimento della propria identità nel mito c’è, del resto, il paradosso storico su cui la critica e filosofia estetica si interrogano da sempre intorno a Shakespeare, ovvero il fatto che le sue performances teatrali e poetico-letterarie mettono in crisi un concetto implicito ma per nulla pacifico: l’idea della modernità come uno sviluppo storico lento e organico. Il gesto performativo shakespeariano, al contrario, sussume in sé, intuitivamente e – si sarebbe tentati di dire – istintivamente, nell’effetto che produce sul pubblico, codici estetico-filosofici e culturali che sarebbero ancora di là da venire.
E anche la ricezione shakespeariana di Hollywood rappresenta dunque uno degli ultimi tentativi di appropriazione, ripetuti e contraddittori, avvenuti dal Settecento di Dryden, Schiller e Goethe al romanticismo di Hugo, Byron e Verdi, che come tutti gli altri si è risolto nell’esito – fruttuoso quanto imprevisto – di acquisire maggiore consapevolezza della propria modernità.
Ma per i due autori l’avventura di Shakespeare su celluloide comincia anche prima di Hollywood, con una mitologica cine-ripresa ad opera di una compagnia teatrale nel maestoso edificio vittoriano del Beerbohm Tree Theater, in cui un pioniere come W. K. Dickson realizzò una delle prime forme di ripresa cinematografica a teatro: “L’anno dopo entra in scena Dickson che mette la cinepresa davanti al Beerbohm Theater e comincia a girare a manovella [...] La pellicola dell’epoca è ancora molto sensibile [...] l’attore-manager ha portato con sé una parte della compagnia con i costumi di scena e qualche semplice arredo preso dal suo teatro dove
sono in corso le prove del Re Giovanni” (30) Anche se, nel novero degli omaggi che il cinema delle origini tributò a Shakespeare, spicca il film “biografico” di Georges Méliès Le rêve de Shakespeare (1907) in cui il leggendario cineasta mette in scena una fantasmagoria che vede la creazione, per ispirazione in sogno, del Julius Caesar.
Il volume prosegue, con dovizia di aneddotica storiografica, a individuare varie fasi di consacrazione di Hollywood a Shakespeare: si va da quella ‘fondativa’, con un pionieristico adattamento di David W. Griffith, di The Taming of the Shrew, della durata di diciassette minuti, al riversarsi nel cinema, con l’avvento del sonoro, di memorabili interpreti shakespeariani come John Barrymore. “il più grande attore tragico americano” (25). Per giungere alla parabola di successo e caduta di due volti storici della Hollywood classica, Mary Pickford e Douglas Fairbanks, una delle prime power couples del mondo del cinema, che metteranno in scena i personaggi di “Caterina and Petruchio” sfruttando l’analogia fra la crisi di coppia fra i due divi sullo schermo e la trama comica della Shrew (1927).
La sincopata commedia di Petrucchio e Caterina fu ripresa molte volte e dovette essere, trent’anni dopo, uno dei ruoli più iconici e rivelatori del talento di Catherine Hepburn; e fu infine acquistata, con enorme successo – sotto forma di musical di Broadway dal titolo di Kiss Me Kate – dalla MGM.
Che dunque il successo della commedia di ambientazione italiana non sia, sottotraccia, anch’esso un esempio di come i codici espressivi e farseschi della Screwball hollywoodiana abbiano radici shakespeariane? Progressivamente, la forma degli adattamenti che si susseguirono nei decenni trasformò le figure shakespeariane – tragiche e farsesche – in una sorta di simulacri in cui, di volta in volta, le varie fasi del cinema americano poté rispecchiarsi.
Henry V, con la straordinaria retorica bellica del discorso del Saint Crispin Day, ottenne successo con l’ingresso in guerra degli Stati Uniti d’America grazie all’adattamento di Laurence Olivier; probabilmente il primo esempio coerente, rigoroso e articolato di autore di Art Film tratti da Shakespeare nella storia del cinema hollywoodiano; e, come da lunga tradizione degli adattamenti shakespeariani, anche la storia delle gesta belliche di re Enrico deve essere adattata ai tempi: “Enrico V, però, per quanto perfetto come scelta patriottica presenta un grosso problema di propaganda bellica: i francesi non sono più i nemici ma gli alleati. Olivier decide quindi di attenuare sia l’animosità e la pericolosità dei francesi, sia l’odio aggressivo degli inglesi” (99), tagliando le battute più cruente. EY solo il primo esempio di come la macchina del cinema hollywoodiano non risparmiò mai – cosa che non fece nemmeno il teatro, del resto – di asservire il prestigio delle affabulazioni shakespeariane alle proprie narrazioni ideologiche interne.
E se un’accurata ricostruzione della produzione hollywoodiana del To be or not to be di Ernst Lubitsch rappresenta il côté comico della produzione coeva alla seconda guerra mondiale, probabilmente la prima, vera consacrazione di Shakespeare a Hollywood è rappresentata dal successo dello stesso Olivier con il suo Hamlet (1948), in cui, dopo il grande filone del cinema classico inaugurato da Fairbanks e Pickford, anche quello del cinema artistico protomodernista giunge a compimento: nella misura per cui, come notano giustamente i due autori, Shakespeare si fa di fatto cinema. L’intuizione di Olivier, che farà scuola anche negli adattamenti di successo di Welles (1948, ’51, ’65) sarà dunque che Shakespeare al cinema deve acquisire – in una logica puramente transmediale – i codici del cinema di genere, più specificamente quelli del noir e, soprattutto, del thriller psicologico (139).
C’è poi un’altra, importante area di appropriazione di Shakespeare, che va oltre l’adattamento e si concettualizza come un’espansione e collisione transmediale di differenti repertori culturali. Gustosa quanto istruttiva, ad esempio, l’incursione dell’immaginario shakespeariano nel western di John Ford: “In My Darling Clementine John Ford lo reinventa, trasformando l’arrivo di un attore venuto dall’Est in una sequenza memorabile” (116). In questo film il personaggio di un goffo attore shakespeariano, Granville Thorndyke, ispirato a una figura realmente esistita, si unisce alla grande migrazione verso la frontiera e viene facilmente vittimizzato dai modi violenti di cowboy e banditi senza legge. Qui Shakespeare diviene un’epitome della persistente componente europea della nascente nazione statunitense, che si caratterizza per la sua capacità civilizzatrice e come argine culturale alla violenza: la mitopoiesi del western fordiano, la cui riflessione è totalmente permeata dalle dicotomie civiltà e caos, ordine e violenza (si pensi al di poco successivo L’uomo
che uccise Liberty Valance), trasfigura Shakespeare e lo riutilizza come simbolo di radici tanto più necessarie quanto più reinventate e risemantizzate a mano a mano che la frontiera si espande ad Ovest.
Attraverso una prima escursione, ci sembra dunque di avere individuato almeno tre linee di ricerca: l’appropriazione ideologica di narrazioni shakespeariane, che va a intersecare la grande storia, in America e altrove (Henry V e To be or not to be); la raffinata codificazione artistica degli stilemi shakespeariani attraverso quelli del grande cinema – classico e moderno – come in Olivier e Welles; infine, la fusione e l’appropriazione dell’immaginario shakespeariano nella frenetica produzione transmediale della Hollywood classica (The Taming of the Shrew, Le rêve de Shakespeare e My Darling Clementine).
Queste grandi matrici sembrano circolare carsicamente, nel racconto di Cattaneo e Fumagalli, lungo praticamente tutta la produzione legata al nome di Shakespeare. Con slanci di progressiva consapevolezza che portano, sempre di più, Hollywood a riconoscersi nel Bardo; si va infatti dall’indimenticata prova di Marlon Brando, nell’adattamento di Mankievicz del Julius Caesar (assieme all’Hamlet di Branagh, tra i più fedeli alla lettera shakespeariana), alla trasposizione avant pop di Luhrmann, a West Side Story e persino ai teen movies degli anni Novanta dal canovaccio shakespeariano; per finire con le operazioni intellettuali di Al Pacino e Michael Almereyda su Richard III e Hamlet; in un percorso di progressiva assimilazione e rielaborazione attraverso il quale si definisce, sempre più chiara, l’allegoria: Hollywood è l’equivalente culturale contemporanea della grande Londra dei teatri del Seicento.
Questo mito, in gran misura falso come ogni mito fondativo che si rispetti, contiene però in sé un nucleo di verità che consiste, essenzialmente, nella ricerca di un’identità per la cultura costruita attorno allo spettacolo. In altri termini la grande Hollywood riflette su sé stessa in senso meta-riflessivo e quasi metalinguistico, ritrovando le strutture che informano i generi e le narrazioni che l’hanno plasmata, ma anche in senso latamente culturale. E le tappe che scandiscono il processo di riconoscimento non possono essere che marcate da storici momenti di spettacolo: cominciando dalla monumentale messa in scena di Max Reinhardt del Midsummer Night’s Dream (1935) all’omaggio esplicito, avvenuto settant’anni dopo con un commosso Kenneth Branagh sul palco degli Oscar.
Un percorso del genere non poteva che concludersi (simbolicamente, più che cronologicamente) proprio con le vicissitudini produttive della sceneggiatura di Stoppard e Norman di Shakespeare in Love. Se al secondo si devono le intuizioni formali che dischiudono le potenzialità commerciali di un prodotto tardo-hollywoodiano come questo famoso film, a un raffinatissimo drammaturgo shakespeariano come Stoppard va attribuito il solido impianto tecnico della sceneggiatura, che, plasticamente, restituisce nel modo più vivido l’allegoria: scalcagnati impresari si muovono in vicoli bui, assillati dalle ristrettezze economiche della produzione – fra cui un indimenticato Rush nel ruolo di Philip Henslowe, imprenditore teatrale londinese, che teneva il suo diario, oggi prezioso per gli storici, dietro il registro di bottega del cognato – e un ritratto corale delle maestranze (vero topos della Hollywood classica dei musical, ma anche, ad esempio, dell’ultimo Altman), che si muovono freneticamente dietro il palcoscenico, con l’ansia che qualcosa possa incepparsi lungo il processo produttivo.
E poi, soprattutto: il pubblico pagante, che è il vero, grande simbolo – capitalista e intrinsecamente moderno – del legame tra le due epoche dello show business. Val la pena di ricordare quanto scriveva il biografo Peter Ackroyd: “i primi spettatori dovettero avere la sensazione di assistere a qualcosa di miracoloso, la stessa che dovettero avere quelli delle generazioni successive” (302). Ed il miracolo è ciò da cui siamo partiti: il grande gesto del moderno, già perfettamente compiuto – anzi, per quattro secoli faticosamente riappreso – e
millenaristicamente rappresentato dal mito del Nuovo Mondo, che pervade l’opera dell’ultimo Shakespeare; e che proietta una sorta di ponte immaginario fra le diverse ere dello spettacolo.
Luca Marangolo
Università degli Studi di Napoli “Federico II”