«Piú di ogni altro scrittore, ce n’è uno che ha fornito al cinema drammi, poesie e canzoni. Centinaia di attori, scrittori e registi hanno lavorato in film ispirati dalla sua magnifica eredità». Cosí Kenneth Branagh presenta un omaggio filmato di Hollywood a Shakespeare, durante la notte degli Oscar del 1997. È l’epifania di un processo di appropriazione culturale che ha accompagnato, con un andamento di tipo carsico, tutta l’evoluzione di Hollywood nella sua sfi- da al teatro per l’egemonia nell’entertainment moderno. Shakespeare è la figura piú titolata nell’intera storia degli Academy Awards: 86 candidature hanno portato a 30 Oscar per 26 film considerati shakespeariani a vario titolo.
Questo sorprendente «culto dell’antenato» ha coinvolto, oltre ai canonici Laurence Olivier, Orson Welles, Franco Zeffirelli e Kenneth Branagh, grandi artisti hollywoodiani come D.W. Griffith, Mary Pickford e Douglas Fairbanks, Katharine Hepburn, Charlie Chaplin, George Cukor, Ernst Lubitsch, John Ford con Victor Mature, Joseph L. Mankiewicz con Marlon Brando, Elizabeth Taylor e Richard Burton, Charlton Heston, Al Pacino e molti altri.
All’inizio, «travestire» Shakespeare a teatro era stata una pratica comune, e dal giubileo del 1769 in poi il mito che si era creato intorno al Bardo ne aveva fatto qualcosa di ancora piú grande: il fon- damento del DNA culturale dei popoli di lingua inglese. Agli inizi dell’Ottocento, Jane Austen scriveva che Shakespeare è «parte della costituzione di ogni inglese [...] si diventa intimi con lui istintivamente». E come per ogni patrimonio genetico, il figlio pensa di averne diritto tanto quanto il padre, per cui i nascenti Stati Uniti se n’erano appropriati con naturalezza, decisione e creatività.
Anche al cinema. Shakespeare era stato parte della conquista del West, onnipresente nelle città dei minatori e nei saloon di frontiera: non era innaturale che affiorasse in un western come My Darling Clementine di John Ford. O in un film di fantascienza come Forbidden Planet. In un musical ambientato a New York come West Side Story. O anche che fosse esplicitamente preso a modello per una tipica gangster story, come nel caso di Joe MacBeth.
Abbiamo concepito l’idea di questo libro insegnando in team teaching il teatro di Shakespeare
rivisto dal cinema, all’Università Cattolica di Milano. Anno dopo anno, analisi dopo analisi di film e plays, ci siamo resi conto che, al di là delle tante versioni filmate di Amleto o di Romeo e Giulietta, emergeva un’intrigante storia inedita di appropriazione culturale che si era sviluppata lungo tutto il secolo del cinema. Parafrasando la celebre frase di Kennedy, non ci si
doveva chiedere quello che Hollywood ha fatto per Shakespeare, ma quello che Shakespeare ha fatto per Hollywood.
La prima fonte nel nostro percorso di ricerca sono stati i ventisei film «shakespeariani» che Hollywood ha premiato con trenta Oscar su ottantasei candidature. L’elenco è qui riportato nel capitolo Il culto dell’antenato nella storia dell’Academy (in ordine cronologico) e compreso nell’Indice dei film shakespeariani (in ordine alfabetico). Li abbiamo potuti vedere e rivedere: sono disponibili in dvd, a volte arricchiti da contributi extra per noi preziosi, come nel caso di Shakespeare in Love. Anche molti altri film di cui raccontiamo la storia, o descriviamo una scena, si possono trovare in dvd.
Tutte le traduzioni dall’inglese sono opera degli autori: i testi di Shakespeare, i dialoghi dei film
(analizzati in versione originale) e le citazioni riportate da libri, articoli e video.
Arturo Cattaneo e Gianluca Fumagalli
William Shakespeare è sepolto in questo cimitero: ha vissuto i suoi ultimi anni qui a Los Angeles.
S. MARTIN in L.A. Story
L’industria del cinema come la cono- sciamo è nata sostanzialmente al tempo di Shakespeare.
M. NORMAN su Shakespeare in Love
Shakespeare non è sepolto a Los Angeles, questa è solo la gag surreale di uno dei piú popolari comici americani di sempre, Steve Martin. Il suo film L.A. Story (1991) fa la parodia degli stereotipi culturali della città del cinema, in questo caso la convinzione, diffusa da sempre in certi ambienti di Hollywood, che Shakespeare sia un loro antenato, il loro quarto di nobiltà.
Proprio su questa convinzione si basa Shakespeare in Love, un film del 1998 che nei propositi del suo ideatore, Marc Norman, racconta il teatro elisabettiano come una protoindustria dell’entertainment di massa, in anticipo di tre secoli sulla novecentesca «fabbrica dei sogni» californiana. EY uno dei pochi film shakespeariani che abbia riscosso un successo popolare paragonabile a quello di cui ha goduto Shakespeare con i suoi plays nella Londra dei teatri pubblici. EY anche il piú esplicito dei film hollywoodiani che si rifanno a Shakespeare, tanto da risultare perfino smaccato: l’unico ad avere proprio lui nel ruolo del titolo e, per di piú, associato a love, una parola magica per lo show business di ogni tempo. Il giovane Will Shakespeare è qui il protagonista di una commedia romantica che al suo interno riscrive anche la piú famosa delle sue tragedie, Romeo e Giulietta. Ma Will è prima di tutto uno scriptwriter pressato dalle richieste assillanti di un’industria dello spettacolo che esige sempre nuove opere, e a cui lui chiede sempre piú soldi, con il sogno di diventare azionista della compagnia e ottenere quindi una quota dei profitti. Certo, il suo personaggio non corrisponde allo Shakespeare dell’iconografia tradizionale, il posato gentiluomo dai baffetti curati che presiede con distacco olimpico e sguardo mite ai destini della letteratura inglese da sopra un rigido colletto elisabettiano. Nella Hollywood ante litteram di Shakespeare in Love, persino un capolavoro come Romeo e Giulietta è concepito non per ispirazione di una Musa – quella, si spera, verrà in corso d’opera –, ma per onorare la firma sul contratto stipulato tra un finanziatore che vuole entrare nel business e un funambolico impresario teatrale, prima ancora che Shakespeare abbia scritto una sola riga.
Hollywood si rispecchia compiaciuta in questo film che racconta del suo mitico antenato, e lo celebra solennemente in occasione dell’ultima notte degli Oscar nel secolo del cinema.